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NON SAPPIAMO NEANCHE COSA SIA IL SAPERE Metrodoro di Chio, V-IV secolo a.C. |
Silvano Boccardi
Membro Onorario Segreteria Scientifica
Gruppo di Studio Scoliosi e patologie vertebrali (GSS)
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Nei primi anni cinquanta, i giovani terapisti usciti dalle neonate scuole di fisioterapia si trovarono presto delusi dalla povertà delle tecniche a loro disposizione, tutte di origine ortopedica, e dei risultati che se ne ottenevano. Fu pertanto accolto con grande disponibilità l’arrivo, da varie parti del mondo, di metodiche ‘neuromotorie’, per lo più eponime, che affrontavano i problemi da loro incontrati tutti i giorni e promettevano risultati eccezionali: ricordo che Vojta, che pure ho conosciuto come persona buona e intelligente, affermava che con le sue diagnosi precoci e con un precoce trattamento con la sua tecnica era possibile prevenire o ‘guarire’ ogni forma di paralisi cerebrale infantile che non presentasse turbe cognitive. E Doman affermava di aver risolto i problemi di un bambino ‘mesencefalico’ con un suo programma, un programma che Cummins, in un’accurata analisi di 427 pagine, ha dimostrato essere ‘basato su un’illusione scientifica’. E’ qui opportuna una precisazione. Tecnica è, per me, la singola manovra, il singolo esercizio, passivo, assistito, attivo, libero, con o senza strumenti, in set diversi. Metodo o metodica è l’ assemblaggio di diverse tecniche che seguono una linea giustificata da qualche premessa teorica, in genere su base biomeccanica o neurofisiologica. Questa distinzione non è sempre stata osservata (all’inizio ‘il Bobath’ era ‘la tecnica di Bobath’), ma è a mio parere importante per evitare confusioni dove già di confusione ce ne è tanta. Adriano Ferrari fa un’ulteriore distinzione, a mio parere molto interessante, definendo ‘il metodo’ una fedele ripetizione delle soluzioni che si sono rivelate più efficaci secondo il parere di un certo specialista o di un gruppo di lavoro, e ‘la metodologia’ una impostazione terapeutica che impone di giudicare caso per caso e momento per momento. Le diverse metodiche furono accettate con diversa adesione dalle varie ‘scuole’, il che portò presto a un contrasto, a volte anche duro, tra bobathiani e vojtiani, tra domaniani e kabatiani. Erano solo le metodiche, e i nomi dei loro creatori, a dividere i terapisti in partiti fieramente avversi (nelle serate al san Carlo i terapisti bobathiani e quelli voytiani si sedevano ai due lati opposti della palestra), non le tecniche, spesso comuni a metodiche differenti anche se nascoste sotto terminologie differenti. Basmajian affermava che gli utilizzatori delle diverse metodiche parlavano delle stesse cose in termini differenti e metteva in guardia contro i gerghi specializzati che confondono piuttosto che informare. Negli ultimi tempi ha preso piede un nuovo modo di definire il metodo: si parla di concetto (concetto Bobath, concetto Sohier), termine molto gradito alla letteratura francofona che dovrebbe nobilitare la materia, ma non ne modifica granchè il significato. E addirittura di filosofia… Così, negli ultimi cinquanta anni abbiamo assistito al riversarsi sul mercato riabilitativo di una valanga di metodi, più o meno differenziati. Ne elenco solo una piccola parte, in stretto ordine alfabetico: Anderson, Bienfait, Bobath, Bousquet, Brunnstrom, Castillo Morales, Chladek, Delacato, Doman, Feldenkrais, Guthrie Smith, Kabat (Knott e Voss), Knapp, Mc Kenzie, Mézières, Pancafit, Polestar, Pilates, Rood. Sohier, Souchard (RPG), Tomatis,Vojta. Attendo con interesse aggiunte a questo parziale elenco, che mi sembra già non male. Obiezioni alle metodiche. Prima di tutto il loro numero, e la certezza asserita da ognuna di esse di essere la soluzione ( in genere l’unica) dei nostri gravi e spesso dolorosi problemi. Poi lo scarso peso delle osservazioni ‘scientifiche’ che sono alla base della maggior parte di esse: la bibliografia della Bobath e della Brunnstrom risale alla prima metà del secolo scorso (per lo più al grande Sherrington, capro espiatorio di tutti i nostri errori). Karel Bobath, neurologo fine e spiritoso, diceva della moglie: ‘guardate con attenzione quello che fa, ma non ascoltate quello che dice’, precetto che ho messo in atto coscienziosamente e me ne sono trovato bene. E Tardieu, anche lui un papà della rieducazione dei bambini con paralisi cerebrale infantile, chiudeva il suo apparecchio acustico quando Berta Bobath cominciava a parlare. Sono rimaste inevase, e purtroppo per sempre, le quaranta domande del Boccardi a Vojta sul suo sistema, e non mi è stato difficile raccogliere dagli scritti di Mézières , Souchard, Bienfait, Bousquet, diverse pagine di affermazioni per lo meno discutibili sul piano scientifico, quando non incomprensibili. I lettori fedeli dei Fascicoli del GSS ne sanno qualcosa (http://www.gss.it/notizie/discussioniindex.htm). E i litigi in seno alle scuole, per lo più legate a questioni che di scientifico avevano ben poco : il tradimento di Souchard di cui molto m.lle Mézières si doleva e che ci ha lasciato con due scuole differenti; il distacco…cruento di Delacato da Doman; l’abbandono di Kabat, che ha provocato il ritorno del nome del Kabat Kaiser Institute a Kaiser Institute e delle ‘tecniche di Kabat’ a tecniche di Knott e Voss, come erano all’origine e che Kabat ‘estromesso’ si permetteva finalmente di criticare. Per non parlare dell’uso improprio di Doman delle interessanti ricerche di Temple Fay sui movimenti delle tartarughe per dare una parvenza di scientificità al ‘suo metodo’: a mio parere una delle imprese più disoneste della storia della medicina riabilitativa, perché scarica tutto il peso della responsabilità sui genitori, già spesso caricati dal senso di colpa per avere un figlio disabile. E accanto a questa labilità, quando non chiara pseudoscientificità, delle premesse, la mancanza, a distanza di decenni dalla loro introduzione, di validazioni ‘scientifiche’ dei risultati ottenuti. I duecento e più casi di cui parlava spesso Vojta, sono rimasti nel suo studio a Praga dopo la primavera del 66. E meno male che Kabat, non ancora pentito, si è salvato l’anima affermando: alla domanda ‘se la facilitazione neuromuscolare propriocettiva possa essere sottoposta a studi controllati prospettici, la risposta onesta è no’. Ma soprattutto, nessuno, e io meno che altri, nega che le tecniche possano produrre, attraverso i meccanismi fondamentali della facilitazione dell’eccitazione e della inibizione, modificazioni più o meno immediate del comportamento motorio, già di per sé a volte utili , il dubbio doloroso concerne invece la possibilità che queste condotte motorie facilitate ‘dalle tecniche’possano essere apprese e quindi influenzare il comportamento futuro del paziente, soprattutto al livello più elevato di elaborazione. Infatti poi è arrivato Carlo Perfetti e ha spazzato via tutte le tecniche sincroniche. In conclusione, l’introduzione in medicina riabilitativa delle metodiche ‘eponime’ ha prodotto senza dubbio più guasti che vantaggi, se non altro impedendo o ritardando la messa in opera di trattamenti più razionali e di comprovata, anche se purtroppo spesso limitata, efficacia. Come ho avuto già occasione di scrivere, dobbiamo lamentare la prevalenza degli aspetti economici su quelli di efficacia e di efficienza, il moltiplicarsi di corsi spesso costosi e conferenze intorno ad argomenti tutt’altro che seri, l’utilizzazione ostinata di tecniche la cui efficacia è stata chiaramente dimostrata nulla. E allora, come si spiega l’attaccamento di tanti operatori a metodi di cui non è stata dimostrata l’efficacia, e che anche nell’applicazione quotidiana non danno i risultati sperati? Sono infinite le varianti apportate ogni giorno, anche ufficialmente, alle metodiche originali, Vojta e Kabat per primi. Io ho sempre tentato di spiegare ai miei giovani allievi che con una seria preparazione, soprattutto a proposito di biomeccanica e di neurofisiopatologia, nonché nel difficile campo delle regole dell’apprendimento, ogni bravo terapista deve essere in grado di reinventare quanto di buono c’è nelle singole tecniche di Bobath o di Kabat, anche senza averne mai sentito parlare. E applicarle a quella persona in quel momento, sulla base di un’approfondita valutazione che evidenzi non solo il come , ma soprattutto il perché dell’alterazione. E l’esperienza gli insegnerà se insistere o abbandonare ‘la tecnica’. Da sempre sono molto attaccato alla splendida spiegazione della pervicacia nelle convinzioni degli uomini che ci ha lasciato il geniale abate Sterne, l’autore del Tristram Shandy e del Sentimental Journey: “It is in the nature of an hypothesis when once a man has conceived it, that it assimilates everything to itself, as proper nourishment, and from the first moment of you begetting it, it generally grows stronger by everything you see, hear or understand” (E’ nella natura stessa di un'ipotesi che, una volta che un uomo l'ha concepita, assimili tutto a se tessa, come proprio nutrimento, e dal primo momento in cui voi l'avete concepita, in genere, questa ipotesi diventa sempre più forte qualunque cosa vediate, sentiate o comprendiate.) E adesso mi attendo la prevista e sacrosanta reazione dei metodisti ancora attivi ( e so che sono molti). So soltanto che sono felice di una cosa: non esiste e non è mai esistita una metodica ‘del Boccardi’.
La raccolta delle rubriche del Prof. Silvano Boccardi, pubblicate sui Fascicoli del GSS dal 2004 al 2008, sarà inviata in omaggio ai soci con il primo fascicolo 2009 |
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